Tentativo trentaquattro

Londra, 16 Aprile 1991, 17:32 pm.

Ad aprile Londra è ancora in pieno inverno, l’aria è tanto gelida da bloccare i polmoni, si respira a fatica mentre si cammina per la città; ogni respiro sembra una lama che scende giù per la gola, o almeno era così che lo percepivo io quel giorno. Di fronte la fermata della metro un uomo infreddolito siede sul marciapiede bagnato dalla pioggia incessante, suona l’armonica, suona le moulin di Yann Tiersen. Sembra un film o la scena finale di un libro romantico. Mi fermo a guardarlo per qualche attimo, è solo, più infreddolito di me, non ha neanche un cappotto e non so perché ma sembra felice. Scendo le scale della metro di corsa lasciandomi alle spalle quella melodia; il brusio delle persone intorno a me crea il sottofondo perfetto per i miei pensieri. Entro nel vagone pieno di gente, si fatica a respirare anche qui, l’aria  è satura ma è tiepida; non mi siedo neanche perché la mia fermata è la seconda dopo questa. Alla mia fermata scendo per prima, corro fra la gente per uscire dai sotterranei della metro e mi incammino verso casa sua. Il freddo mi gelava le mani e tentavo invano di riscaldarle soffiandoci dentro, una nube di vapore denso usciva dalla mia bocca, ma le mani rimanevano di ghiaccio. Mi ero ripromessa che oggi sarebbe stata l’ultima volta che sarei passata sotto il suo balcone. Da tre mesi a questa parte avevo percorso quella strada ben trentatré volte e decisi che oggi sarebbe stata l’ultima volta. Non so esattamente cosa sperassi di vedere, di solito vedevo solo la luce accesa della sua camera ma non riuscivo mai a capire se lui ci fosse o meno. Nessun segno, nessuna ombra, non riuscivo mai a scorgerlo. Sapevo che tutto questo stava diventando un’ossessione, ma finché  non lo avessi visto probabilmente non mi sarei mai arresa.

Londra, 16 aprile 1991, ore 17:32, passo per la trentaquattresima volta sotto casa sua; guardo in sù verso il suo balcone, un piccolo bagliore attira la mia attenzione, mi fermo di colpo nel marciapiede, una passante mi urta il braccio, mi guarda infastidita per averle intralciato la strada, ma il mio sguardo è fisso in alto. Quel piccolo bagliore era lui; si stava accendendo una sigaretta come faceva spesso poggiato alla ringhiera del sul suo balcone. Il cuore mi stava scoppiando, non riuscivo a crederci, in quel buio io vedevo lui ma lui non poteva vedere me. Rimasi lì immobile per non so quanto tempo, cominciò a piovere, la gente accanto a me correva per ripararsi, per tornare a casa, le mamme tornavano cariche di sacchi di spesa per i loro bambini, uomini d’affari si ritiravano a casa dopo la faticosa giornata di lavoro; correvano tutti attorno a me, mi spingevano, mi bagnavano con i loro ombrelli zuppi d’acqua, ma il mio sguardo era fisso verso di lui che dopo quella sigaretta era andato via. Il buio era ormai calato completamente, la città era quasi deserta, la pioggia cadeva incessante su di me, sembravano spilli sul mio viso. Avevo i piedi fradici, le mani ormai non le sentivo più, i vestiti completamente bagnati si erano incollati al mio corpo ma il freddo che sentivo fuori era niente in confronto a quello che sentivo dentro. Solo quando attorno a me non c’era più nessuno e la città era svuotata decisi che era il momento di tornare a casa. Il mio corpo irrigidito mi seguiva a stento, ogni passo era più difficile, mi sembra di sollevare una montagna. Riuscii a prendere l’ultima metro della giornata; scendendo, l’uomo dell’armonica era ancora lì, era bagnato quanto me e non suonava più per gli altri, era seduto in un angolo con una sudicia coperta addosso e questa volta suonava per sè; le sue lente note accompagnavano i mie passi pesanti, il ritmo frenetico della città aveva lasciato spazio alla cadenza regolare di quella melodia che risuonava nel silenzio della notte e rimbombava nella mia mente.  Una dolce ninna nanna per la città stanca che piano piano si addormentava. 

2 pensieri su “Tentativo trentaquattro

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