Storia di V.

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Una fitta coltre di nubi calava sul giardino abbandonato quel pomeriggio. V. era seduta per terra, a gambe incrociate mentre una lieve brezza, che sapeva di foglie umide, le muoveva piano una ciocca di capelli. Gli alberi di pino intorno a lei delimitavano quell’area creando un cerchio quasi perfetto nel quale si sentiva misteriosamente al sicuro. Circondata dalla natura silenziosa, V. si concedeva di pensare in pace. Pensava a cosa avrebbe fatto della sua vita, cercava di capire chi fosse veramente … ed era confusa. Però, di una singola cosa era del tutto certa: sapeva di amare i limiti. Non perché dovrebbero garantire la sicurezza o perché ci evitano di sbagliare o per tutte le buone ragioni per le quali esistono i limiti. Niente di tutto questo. Li amava per l’opposto, per tutti i loro aspetti negativi che la intrigavano tanto. V. sapeva che soltanto superando i limiti avrebbe ritrovato se stessa. Tutte le volte che era vicina a superarne uno, V. sentiva la sua pelle elettrica, il cuore le premeva sul petto così forte da farle credere che stesse schizzando fuori, e un sottile sorriso spuntava sul suo viso, quasi inconsciamente, mentre i suoi occhi guardavano fisso il vuoto. Amava il brivido del rischio, amava la paura di sbagliare e l’adrenalina che le regalavano queste sensazioni. Desiderava ardentemente avvicinarsi alle cose sbagliate, perché erano quelle le più eccitanti. E Più era vicina, più la razionalità veniva a mancare, lasciando tutto il potere ad un pericoloso inconscio senza regole. Era sicura che andando oltre avrebbe scoperto il vero significato di ogni cosa in questa vita e non avrebbe  rinunciato a questa scoperta per nessuna ragione al mondo. Ricordò che una mattina la signora M. le aveva chiesto perché era così propensa al pericolo senza curarsi minimamente delle conseguenze. “Perché mi sento viva” aveva risposto V. E realizzò quella era la risposta più sincera che avrebbe potuto dare.

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