Utopia

La stanza era troppo buia per distinguere una qualsiasi forma, solo una luce soffusa proveniva da dietro il vecchio divano rosso di velluto su cui ero seduta; era un piccolo lume poggiato sul pavimento, probabilmente era fuori posto. Restai lì da sola  per lungo tempo mentre attorno a me due ragazze si davano da fare per abbellire la casa che con il tempo cominciò a riempirsi di gente. Dopo neanche un’ora l’alcol scorreva a fiumi e una nuvola di fumo rese la stanza ancora più buia e confusa.  Ero lì per un solo motivo e  sentivo il cuore esplodermi nel petto, o forse erano solo i bassi del brano house che mi rimbombavano nel petto. Lo aspettavo, ma non lo vedevo da nessuna parte. Avevo bisogno di parlare con lui, di scrivere la parola fine a questa parte della mia vita e ricominciare … anche se sarebbe stato maledettamente difficile, era giusto così per tutti, e lo sapeva anche lui. Dopo qualche minuto lo vidi uscire dalla camera da letto in fondo al corridoio, si chiuse i bottoni della camicia sgualcita e dietro di lui una ragazza molto poco vestita lo salutò con un bacio ed andò via. Mi sentii avvampare ma dovevo mantenere il controllo perché non ero lì per quello. Gli andai in contro e mi fermai davanti a lui. Mi guardò negli occhi ma non sembrava sorpreso di vedermi lì. Prese un cocktail dal tavolo di fronte e lo bevve senza neanche prendere aria, sembrava che lo avesse  fatto perché sapeva a cosa stava andando in contro. “Perché sei qui?” fu l’unica cosa che mi disse ,  ma non riuscii a rispondere. Mi diressi verso la stanza dal quale era uscito pochi minuti prima e mi seguì. Con la porta chiusa la musica era più bassa ma il buio era più fitto. Lo feci sedere davanti a me sul letto e fissai  i suoi occhi neri per qualche istante prima avvicinarmi e abbracciarlo. Poggiò la testa sul mio petto e il suo profumo inondò la mia mente facendomi quasi dimenticare il motivo per cui ero lì. MI avvicinai al suo orecchio e sapevo che non avrei potuto fare grandi discorsi perché la gola mi bruciava e sentivo già le lacrime agli occhi . ” Ti amerò per sempre” gli sussurrai all’orecchio e suonò come il più doloroso degli addii. Capì tutto e prima ancora che potessi scappare da lì, il suo viso venne rigato dalle lacrime più sincere che avessi mai visto e mi strinse così forte la mano da superare quasi il dolore che provavo . Mi liberai dalla presa e l’ultima cosa che vidi prima di chiudere la porta alle mie spalle fu il suo sguardo smarrito. Uscì da quella casa finalmente libera,  consapevole di poter ricominciare zero , anche se una parte di me era persa per sempre.

Incontri

Ti osservavo proprio come si osserva qualcosa di bello e di prezioso, come un’opera d’arte, in silenzio ti studiavo mentre parlavi.  Non serviva avvicinarmi più del dovuto per  guardare il tuo viso e le pieghe che prendeva il tuo sorriso mentre mi raccontavi di te. Mentre giravi il caffè e un raggio di sole ti illuminò gli occhi, notai che nulla era cambiato, anche se a distanza di anni, tu eri tu ed io ero io. Eppure il tempo non si è mai fermato, è passato inesorabile per un periodo che mi sembrò indefinito e nonostante ciò adesso siamo qui, e parlarti mi sembra così strano che preferisco rimanere in silenzio, perché tanto ogni parola adesso sarebbe superflua e potrebbe aprire voragini in cui nessuno vuole più ricadere. Rimango ad ascoltare te, che sembri non cogliere i miei pensieri, e a notare che le tue mani curate sono migliorate nel tempo, ma che il tuo modo di parlare è sempre lo stesso. Faccio cenno di continuare ad ascoltarti per poter osservare ancora tutto quello che in questi anni ricordavo di te e che fino a questo momento era chiuso nella mia mente, sbiadito ma ancora vivo … e solo in quel momento, solo mentre il tuo caffè diventò freddo e il vento mosse i tuoi capelli coprendo il tuo sguardo , mi sembrò che il tempo si fosse veramente fermato, che tutto intorno fosse fermo e che ci fossi solo tu.

Quella notte, quando il tempo ripartì, il ticchettio dell’orologio scandì i battiti che sentivo nel petto. Erano costanti e il cuore sembrava inspiegabilmente sano, sembrava non aver subìto nessun danno. Quella notte anche l’ultima ferita fu rimarginata.

Fare un errore diverso ogni giorno è la definizione stessa di progresso.

Quasi sempre la questione è: quanti problemi abbiamo nella vita e quante volte riusciamo a superarli con successo. Secondo la mia esperienza le percentuali sono variabili, dipendono da troppi eventi o circostanze differenti, difficili da studiare ed analizzare, ma l’unica costante nel tempo è la capacità che impieghiamo per risolvere questi problemi. Posso affermare con certezza che la maggior parte dei problemi che ci affliggono è causata da errori che noi stessi facciamo, o che qualcun altro, per toglierci talvolta questa incombenza,  fa al nostro posto. Ecco …  dicono che non è importante quanti errori abbiamo commesso nella nostra vita, ma è importante come tentiamo di riparare ad essi. Il problema è che la quantità di errori commessi è direttamente proporzionale alla quantità di cose nuove conosciute ed inversamente proporzionale  al coraggio di provarle.  Mi spiego meglio: il maggior numero delle volte che proviamo una cosa nuova abbiamo l’80% di probabilità di fare qualche errore, dovuto proprio alla poca conoscenza della materia,  e meno coraggio abbiamo per affrontare le novità più aumentano le possibilità di sbagliare. Adesso potremo abbandonarci alle centinaia di ipotesi e congetture che al momento ci stanno balzando alla memoria sulle chissà quante migliaia di probabilità di non fare nessun errore, ed anzi di riuscire con gran successo. La verità è che il 20% scarso di successo, infangato dalla paura della novità, è soltanto la misera percentuale che indica quanto coraggio abbiamo di buttarci nel vuoto, e si sa, nessuno si butta da un burrone senza saper di essere assicurato ad una corda. Forse questo piccolo numero, se solo ci lasciassimo cadere,  potrebbe spingerci a lanciarci in un infinito mare di grandiose possibilità, ed è inutile e poco produttivo pensarci troppo, inutile pensare a quanto la corda sia fissata bene o a quanto sia robusta; infondo sappiamo tutti che le vertigini sono solo una piccola controindicazione rispetto ad un momento di pura adrenalina.

Feel Something

Ho sempre avuto il coraggio di affrontare ogni situazione nella mia vita, dalla più semplice alla più complessa e dolorosa. Tutte, nessuna eccezione per nessun motivo. Le ho sempre affrontate perché avevo la speranza di poter avere di più, perché speravo che combattere servisse ad ottenere ciò che volevo o che almeno servisse a farmi giustizia. La verità è che nessuno può farsi giustizia da solo e che le cose non vanno sempre come vogliamo, anzi, non vanno mai come vogliamo… Il che non è per forza negativo, ma può certamente diventarlo se le cose che accadono ci fanno stare male. Io dalla vita ho sempre voluto troppo, mi sono sempre aspettata il meglio e non solo da me, ma anche dagli altri. Ho sempre sperato di ricevere una quantità tale di amore da chi mi stava intorno che tutte le volte che rimanevo delusa mi illudevo solo di aver capito male. Finché un bel giorno, come per magia, ti alzi dal letto e decidi di non combattere più perché non hai più amore da dare. Senti di essere svuotato … ma il positivo dell’essere vuoti è che pesiamo di meno , perciò andare avanti da soli non sarà più un problema.  E’ ugualmente probabile, però , che camminando da soli ci abitueremo ad ascoltare il silenzio, e solitamente il silenzio non dice mai nulla di buono, perché è solo l’eco dei nostri pensieri. Perciò parleremo con noi stessi ragionando in modo contorto su tutte le situazioni che ci hanno portato ad essere così leggeri e silenziosi, con la paura, o forse speranza, di tornare di nuovo a sentire qualcosa.

Inspiration: “The Night We Met”

The world was over before it started

In ogni tempo e in ogni luogo del mondo una forza sovrannaturale, quasi invincibile, ha governato la vita degli essere umani. Non si tratta della religione nè di varie credenze o convinzioni che nei secoli possono essersi insinuate nelle menti umane; credo solo si tratti del destino. Da sempre il destino si è preso gioco dell’intelligenza umana, falsamente ritenuta superiore a tutte le altre intelligenze presenti nel mondo. Il destino ha giocato con astuzia le sue carte prendendo di mira, di tanto in tanto, le punte di diamante dei secoli che gli toccavano sotto mano. Li metteva alla prova con sfide dalla difficile risoluzione ma non impossibili. Ed è così che l’uomo, essendo certo di vincere, soccombeva sotto la più semplice delle trappole. Andando avanti nei secoli, puntualmente, l’astuto uomo, cedeva abbindolato al destino, che poi, beffeggiandolo, vinceva la partita. Con il passare del tempo il destino inventò delle trappole che l’uomo accolse felicemente, credendo di agire nel modo più giusto! Inventò che gli uomini di colore fossero inferiori, inventò che anche gli ebrei fossero inferiori, che gli omosessuali, le donne, i bambini, i malati, chi aveva idee diverse dagli altri …   fossero tutti inferiori. Nonostante la banalità del pensiero che si ripeteva invariato, il destino sperava sempre che l’uomo avesse imparato la lezione dopo le prime volta. E invece, la grande astuzia umana, con grande sorpresa, ripeté sempre gli stessi errori, portò la guerra nel mondo così come fanno gli esseri senza ratio nè ingegno, portò all’odio, alla morte, alla povertà … e così il destino, inorridito, si arrese a quell’impresa che riteneva anche troppo semplice. Dopo secoli di prove, proprio per quella razza che si autoriteneva superiore, finalmente il destino rinunciò alla colossale impresa di migliorare quell’essere vivente ancora così lontano dalla perfezione da risultare sconvolgente ed imbarazzante. Decise, così, che il contrappasso giusto per espiare tutti i terribili crimini commessi dall’umanita contro l’umanità stessa, fosse proprio quello di essere derisi per tutto il tempo che sarebbe venuto … per l’eternità. E così: dittatori, re, regine, capi di stato, militari, tiranni, sovrani, guerrieri, condottieri, ufficiali … ancora oggi vengono ricordati non come eroi dei tempi antichi, non come salvatori della patria, o geni , o luminari, o superuomini come pensavano di essere ricordati in futuro. Il loro destino fu , e sarà sempre, quello di essere ricordati per l’opposto:  per il lori errori, per la distruzione che lasciarono dopo essere passati, per il dolore, la morte, la disperazione di chi aveva subito i loro insignificanti ideali di giustizia e di morale, che invece di portarli alla gloria li hanno  solo condotti verso un baratro dal quale è impossibile uscire.

” E’ a madame Giustizia che dedico questo concerto, in onore della vacanza che sembra aver preso da questi luoghi e per riconoscenza all’impostore che siede al suo posto “

“Mentre il manganello  può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato”

 

Se ci sarai

Vorrei che fossi qui” scrivevo lentamente aspettando che le parole giuste arrivassero “vorrei sentire la tua voce, far tesoro dei tuoi consigli, sentire la tua mano che mi accarezza la schiena quando scopri che sto così male da non riuscire neanche a parlare…” sentivo un dolore così grande dentro che non mi veniva in mente più nessuna  parola, ma dovevo continuare a scrivere ” vorrei che non fossi così lontana adesso… ti ho detto così tante cazzate per così tante volte che ho cominciato a crederci pure io … ma non era vero. Non era vero che senza di te sto meglio, non è vero che tutte le volte che ti dico addio non sento nulla. Mi si mozza il fiato e mi manca l’aria così tanto da sentire come un pugnale conficcato nel petto. Ti chiedo scusa per essere stata così scorretta , per averti fatto credere cose che non erano vere. Vuoi sapere la verità? la verità è che poche persone al mondo mi hanno fatto stare bene come quando stavo con te… mi facevi sorridere, sempre, anche quando non c’era nulla di cui esser felici. Ho sbagliato. La vita è stata crudele con me, mi ha reso fredda e scostante… lontana da ogni emozione, ma so che non è una giustificazione. Sei stata una grande amica e spero almeno di poter conservare il tuo ricordo fino a quando il mio stupido ego non lo distruggerà” mi mancava il fiato e  il foglio era macchiato dalle mie lacrime che avevano sciolto l’inchiostro. Alla radio passava una canzone che mi sembrò perfetta per incorniciare quel momento “sei come un’onda che ribatte e sbatte dentro di me, mi hai già portato a largo dove un appiglio non c’è , non posso più tornare indietro non conosco la via, non voglio più tornare indietro e stare senza di te” perfetto, ironizzo tra me e me. Mi alzo dalla scrivania, piego la lettere , la infilo in una busta e la chiudo in un cassetto insieme a tutti i miei ricordi.  Non la leggerà mai e forse è meglio così.

Restart

“La notte porta consiglio” pensava F. mentre ascoltava la città silenziosa che dormiva. Aveva sentito centinaia di volte questa frase ma non ne aveva mai compreso  il significato prima di quella sera. Era stata una giornata molto fredda e l’oscurità portò con sé l’umidità della pioggia che entrava dalla finestra della sua stanza sulla quale era poggiata, e quell’aria pungente le faceva bruciare il naso e la gola. F. sentiva che di lì a poco avrebbe piovuto a dirotto e l’attesa del temporale la aiutava a rimanere sveglia. Si sentiva in pace con se stessa in quel silenzio assordante, senza neanche una parola , un sospiro, un suono di troppo …  e il buio la rilassava. Pensò che era il momento giusto per riflettere su di sé , sulla sua vita e su tutto ciò che la circondava. Solo in quel momento F. pensò che gli avvenimenti della sua vita si ripetevano simili nel tempo, momenti analoghi ricorrevano periodicamente  e poi si concludevano. Immaginò che, forse, per ognuno di noi la vita ha uno schema ben preciso e il suo destino , secondo lei, aveva preso una vera e propria forma ad anello, dove l’inizio e la fine coincidono senza poter essere distinti una volta uniti. Tutte le persone che avevano deciso di entrare a far parte della sua vita poi avevano scelto di andare via; qualcuno in maniera plateale ed appariscente, altri in punta di piedi senza neanche dare spiegazioni. Dopo anni a chiedersi il perché di certi avvenimenti F. comprese finalmente che lei non aveva alcuna colpa,  era sempre stata lì ferma e proprio con i suoi occhi aveva visto arrivare e poi scappare una moltitudine di gente … e nel frattempo lei era sempre rimasta ferma lì. Un pò come uno spettatore a teatro F. aveva osservato lo spettacolo della sua vita senza prenderne mai veramente parte, lasciandosi cullare solo dalle assurde decisioni degli altri che avevano portato nella sua vita disordine, irrazionalità, incoerenza, insensatezza e pura follia. Alla luce di questi nuovi pensieri e di queste nuove prese di coscienza F. decise di cambiare il copione di quell’assurdo spettacolo che era la sua vita e che da adesso in poi l’unica protagonista sarebbe stata lei. Quella notte, appoggiata sul davanzale della sua finestra mentre le prime gocce di pioggia gelida le bagnavano le mani, decise che in un modo o nell’altro avrebbe dovuto spezzare quell’anello. Non sapeva né se fosse possibile né quanto tempo avrebbe dovuto impiegare per riuscire nell’intento, ma quello adesso era il suo unico obiettivo. Solo così avrebbe potuto ricominciare da capo e, finalmente , sperare che niente si sarebbe più concluso nel punto esatto dove era cominciato.